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non era memorabile?


L'occhio di vetro ha il suo perché e la gamba di legno non ne parliamo, ma è l'uncino svitabile che fa l'uomo adattabile. [m]

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donne e pasta


La donna ha un quel qualcosa che l'accomuna alla pasta.

C'è quella ruvida che trattiene il sugo e quella liscia che sguitta. Quella lunga e quella corta, quella piccola e quella grande. Fatta a mano o a macchina, trafilata al bronzo.

C'è la gnocca ma come lo gnocco si fa presto a dire gnocca. Lo gnocco è quella difficile consistenza che regge la cottura, né troppa farina e né troppa patata. Morbido ma sodo.
Lo gnocco si sa è cotto quando viene a galla, ma mai troppo presto o troppo tardi. Ci sono anche quelli che quando si va al supermercato, banco frigo, sono meravigliosi e turgidi per poi spappolarsi in cottura.
Quello moscio che infili con la forchetta e cala di lato che lo senti, appiccica in bocca. Quello duro invece che non cuoce quasi mai e ne mangi tre e sei sazio. Pesante, casca quasi integro sul fondo dello stomaco bloccandoti il piloro. Lo gnocco poi vuole il sugo giusto, semplice ma curato. Al burro e salvia, spolverata di pepe e volendo cacio pecorino.

La donna spaghetto è di tanti tipi, dalla se famo du spaghi? spesso col tonno in scatola, allo strangozzo funghi e salsiccia. Una volta coi funghi e salsiccia ci andava rigorosamente la panna ma oggi che siamo tutti masterciéf, oddio no la panna è un obbriobrio anche se facciamo un piatto destrutturato.
La donna spaghetto è quella che avvolgi e avvolgi e avvolgi ma sulla forchetta scappa sempre, ti schizza la camicia bianca e la cravatta in tinta coi calzini.

Quella mezza manica non è né carne né pesce, troppo corta per il maccherone e troppo grossa per la penna, si infilano in genere a due a due con la forchetta con un certo fare pigro.

La penna invece è a due punte, bipunta e a volte bisunta. La penna è liscia e ogni resistenza è inutile, scivola nel sugo come salmona in risalita.

Quella linguina che non è spaghetta è anch'essa molto liscia e rifugge sempre il guazzetto del sugo allo scoglio. Leggermente rigida offre anche resistenza all'avvolgimento in forchetta schizzando la vongola non solo sulla vostra camicia ma anche su quella del vicino a cui prima ha strizzato l'occhio.

La donna trofia è ruvida e s'impregna, ci vuole il sugo contadino quello 'gnorante e cotto per due giorni interi. Tronfia di sugo e cacio si porta alla bocca intinta di sapore. Avvolge e si soccombe masticando e masticando quasi a non volersene staccare mai. Ogni resistenza è inutile compresa la dieta.

La donna rotella piace ai bambini, un po' come la mamma è rassicurante: tonda, coi raggi e un buco in mezzo.

La pipetta rigata non sai mai come mangiarla, non si capisce se serve la forchetta o il cucchiaio e se ci fate caso è quasi sempre scotta. Forse ha un limite flebile tra il vengo e sono scotta che pochi maestri di cucina sarebbero in grado di controllare. Cacio e pepe è la morte sua.

La donna ditalone è tutto un programma insieme al tortiglione, liscia o rigata che sia. Nel suo ampio canale raccoglie sugo a più non posso e esplode in bocca come una granata di sapori. Lei è la più versatile, dalla semplice scena del burro al ragù alla bolognese.

La strozzapreti è tra quelle più intriganti, prima quasi suora poi votata alla scoperta e non c'è sugo che tenga. Pancetta, bietola e caciocavallo è la morte sua.

Quella farfalla è una pasta svelta e che piace ai bambini e sarà quel ricordo ancestrale della farfalla materna o qualunque cosa sia lei, però, svolazza. Ai bambini piace al burro od olio d'oliva semplice semplice, al grande al giusto sughetto lento al pomodoro.

La lasagna e cannellona sono le mie preferite, così intrise di ragù e formaggio, lisce di besciamella e piene di sapore. Ne mangerei una teglia intera senza stufarmi. Per loro c'è la cura del prima e la cura del dopo, il tempo che ci vuole. Il ragù da far sobbollire lento, la besciamella liscia, umida e corposa con la giusta dose di noce moscata. Come volare in paradiso senza credere in dio...

Poi c'è anche la gnocchetta sarda. [m]

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L'illusionista, il lanciatore di coltelli e la donna segata a metà


Nella sera, camminando, nel vestito buono.
Nella strada quando la luce appena appena se ne va.

Le ombre allungate ornano il ciglio con la poca erba.
La via verso la campagna, il viandante la percorre.

Sono le luci lontane, punti colorati e sospesi
giù in fondo alla strada, dove finisce e inizia.

L'illusionista nel centro dello sterro, calpestato prima dalla parata dei cavalli, muove le mani. Agita nell'aria ondeggiando le dita, ruota il braccio con fare esagerato.

Mi fisso sulle labbra che si muovono, nel silenzio delle cose che dice. Parla di cose che non si vedono, cose che non posso toccare. So che non esistono ma le posso vedere, sono quei suoni che emette. Sono una lettera dopo l'altra, sussurrate e gridate; parole in catena come visioni senza occhi.

«Signore e Signori, bambini e Signorine... Vedrete cose vere e cose false, cose ferme e cose che si muovono...»

A capo nudo, il cappello posato, il vestito con le code. Rosso, azzurro e nero. Cammina in cerchio mostrando i palmi aperti e con gli occhi acuti, scruta chi lo guarda. È un maledetto baro che tira e lancia assi nascosti. Dalle maniche larghe mi dice quello che voglio sentire e mi mostra quello che voglio vedere.

Cammina in circolo, nella polvere e paglia tritata del cerchio. Parla e parla e parla, non sta zitto un attimo. Parole e illusioni che intreccia abile a quello e quell'altro.

Dal fondo la Donna, quella segata a metà. Intera nel corpo ma mezza nell'anima. Sulla sedia nel mezzo della vista, siede nel vestito di trine. Bambola di pezza con gli occhi di bottone, la bocca accennata e senza rumore.
Siede.

Al gesto della mano, quello veloce, quello repentino del vestito svolazzante, la luce cala. L'anello fioco e giallo stringe e attira l'occhio. Segue l'Illusionista che cammina ancora, che gesticola. Mani, sopra sotto e intorno.

«Signori e Signore, bambini e Signorine... La Donna a Metà.»

Gli occhi a bottone, bottone grigio, bottone appena lucido. La bocca zitta e accennata. Un filo tirato dalla spalla destra. La Donna a Metà, intera nella vita ma mezza nell'anima, quella che fugge senza pensare.

Al buio di poca luce, al giallo fioco della lampada vecchia, allo stanco barlume arriva. Lui è l'abilità, è la destrezza, è il mastro dell'acciaio. Lo precede il rumore secco, il ferro lucente infilato nel palo. Lo tira, il coltello, ne tira due. Li lancia insieme, li infila nel legno. Qualche scheggia cade.

«Signore e Signori, bambini e Signorine... Il Lanciatore di Coltelli.»

L'uomo tronfio, petto nudo, peli e calzoni attillati, il pacco evidente. Padrone della vita e della morte. Nello sbaglio voluto e non punito, che toglie ogni speranza o che la da a chi speranze non ne ha più. Ammicca e sorride, lancia e riprende. Dal manico alla lama, giocoliere delle bottiglie, abile e veloce.

L'illusionista che adesso non c'è e adesso c'è una corda in mano. L'illusionista che lega il braccio alla ruota. Il sinistro in alto e il destro in alto e le caviglie a destra e sinistra. La Donna a Metà dagli occhi di bottone in piedi e legata. La bocca senza suoni, il viso ridente e triste.

Le gambe aperte, il corpo esposto al lancio e offerto. La Donna a Metà, nel suo niente da perdere, nel suo scappare prima di tutto.

Il lancio del Padrone, l'uomo dal petto nudo. Maschio villoso e padrone dei corpi. Lancia e tira, mira e chiude gli occhi. Si volge indietro e tira, tira il lancio. Il braccio teso all'indietro, l'occhio sinistro chiuso. Le dita strette sulla lama lucente, il sorriso sulle labbra. La mano in avanti, la mano che lascia. Il metallo che vola e gira intorno, nel manico e nella lama, nella lama e nel manico. L'oggetto perfetto, l'equilibrio perfetto. Il colpo sarà di punta e mai di manico.

Nell'errore cercato, quell'errore annunciato che era nel sorriso gratuito e feroce. Nel rumore sordo della lama che entra.
Precisa allo squarcio sul cuore, quella via già aperta e offerta. Quella strada dei dolori passati in terra battuta e calpestata.
L'orrore dei guardanti, lo stupore, le grida delle donne e i pianti dei bambini. L'uomo villoso che sorride e si dispiace.

«Signori e Signore, bambini e Signorine...»

L'illusionista muove, le mani agita davanti. Mazzi di fiori escono dai polsi e qualche colomba vola su, in alto.
Alla poca luce che sale, si accendono i fari.
Ogni cosa è dunque come prima, ogni cosa al suo posto nel niente mai cambiato. Nella Donna a Metà, nei suoi occhi di bottone e la bocca di silenzio. Nel Lanciatore di Coltelli dal petto nudo e villoso.
Nell'Illusionista, che racconta storie dagli assi nascosti nelle maniche.

Le cose della vita, negli assi nascosti
frammenti di dolori da raccogliere.

Sono pronti alle partite, nelle carte calate
a coppie nell'ultimo giro, tutti da guardare.

Sappiamo quindi, cosa ognuno ha in mano
nella grande indifferenza di chi vince o perde. [m]

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obbligo o verità


[anon]

Dici che l'obbligo è intrigante, ma scegli verità. Allora la tua verità si incentra su questo! Vorrei sapere il vero motivo per cui non scegli obbligo.

[m]

Per la "verità" mi aspettavo un "obbligo di verità" più coinvolgente, ma farò del mio meglio o peggio, medio o anulare, qualunque cosa ne venga fuori.

<< Guarda che devi dire la verità, non cincischiare! >>
<< Va bene, va bene... >>

Non trova che ci sia poca differenza? Al dunque ora come ora, sono o dovrei essere obbligato a dire la verità, insomma un "giurin giurello" con mani sul cuore e saluto alla "giovane marmotta".

<< La prendi troppo lunga... >>
<< Hai ragione, come sempre. >>

Ragionando, perché non l'obbligo. Insomma, sarebbe potuto essere l'obbligo del "voglio vedere l'occhio di vetro" o meglio magari: il buco senza l'occhio. La gamba di legno? L'uncino milleusi che sarà quel che sarà alla fine ha la sua utilità rima compresa? Svelare il "pirata" che è in me? No, troppo sputtanamento. Una foto ignudo? Occiperbacco che brutto vedere, anche solo per rispetto del pubblico eventuale. Ignudo in ciabatte? Santissimi Oronzo e Rosanna da Chiappa Rosata. Se lo immagina?

Sono poco d'immagine signor mio e più di parola e il tempo delle mele verdi è passato da quel di, oggi fa un poco ammaccato per non dire marcio.
Toltomi così dall'impegno "edonistico" e "figurativo" cosa mai potrebbe rimanere? Forse obbligarmi a fare il bucato che le mutande son finite? Cucinare con un frigo che pare la steppa siberiana? Portar giù la spazzatura che oggi è il giorno dell'umido, con foto annessa per prova?

Cento saltelli su un piede solo e solo la metà con l'altro?

No, via su, mi dia retta molto meglio la "verità" dell'obbligo fittizio.
Alla verità spesso non si sfugge, nemmeno nella menzogna.
Solo questione di tempo. [m]

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Anzû


𒀭𒉎𒂂𒄷 (AN.IM.DUGUD-MUŠEN) Anzû Zu

𒀭 -> AN -> dio, luogo elevato, cielo
𒉎 -> IM -> tempesta, spirito, anima, vento, pioggia
𒂂 -> DUGUD -> importante, pesante
𒄷 -> MUŠEN -> uccello

Sia 𒀭 che 𒄷 sono determinativi che impostano il contesto, per esempio:

  • 𒁹 nomi personali per uomini
  • 𒊩 nomi personali per donne
  • 𒀭 divinità
  • 𒀯 stelle
  • 𒄷 per uccelli.

I logogrammi cuneiformi (https://cdli.mpiwg-berlin.mpg.de/)
sono stati inseriti in UNICODE con la versione 8 (~2004)

  • U+12000–U+123FF (~922 caratteri) Cuneiforme
  • U+12400–U+1247F (~116 caratteri) Numeri e segni
  • U+12480–U+1254F (~196 caratteri) Cuneiforme proto-dinastico

https://www.soas.ac.uk/baplar/recordings/epic-anzu-old-babylonian-version-susa-tablet-ii-lines-1-83-read-claus-wilcke

Il mito di Anzû ha avuto diverse evoluzioni, è citato in varie tavolette compresa anche l'epopea di Gilgamesh nella parte relativa al sogno di Enkidu sul regno dei morti:

Giaceva Enkidu, il suo corpo era ammalato;
egli giaceva tutto solo;
Ciò che opprimeva il suo cuore, lo comunicò al suo amico:  
Ascoltami, amico! Ho avuto un sogno questa notte:   il cielo parlò, la terra rispose;_
ed io mi trovavo tra loro.
Vi era un giovane, la cui faccia era al buio,
il suo aspetto era simile a quello di Anzu;
egli aveva le zampe di un leone;
egli aveva gli artigli di un'aquila;
...

Anzû (rappresentato come un leone dalle ali d'aquila ma anche come solo un enorme uccello) rubò secondo una tradizione babilonese le tavole del destino al dio Enlil, queste conferivano a Enlil i pieni poteri e lo legittimavano come dio. Ovviamente Enlil si incazzò appena appena, organizzò una spedizione per il recupero ma fallirono tutte miseramente. Anzû era in grado di generare tempeste con fuoco, fiamme e piogge torrenziali spazzando via tutto. A quel punto Ninurta, convinto dalla madre, disse: ci penso io e partì, si arrampicò sulla montagna dove risiedeva Anzû:

Il guerriero ascoltò le parole di sua madre,
si piegò per la trepidazione e si nascose,
il Signore ha schierato i Sette della Battaglia
il guerriero schierò i sette venti malvagi,
che danzano nella polvere, i sette turbini,
radunò una schiera per la battaglia, fece guerra con una formazione terrificante.
anche le tempeste erano silenziose al suo fianco, pronte al conflitto.
sul fianco della montagna, Azu e Ninurta si incontrarono.
Anzu lo guardò e lo scosse di rabbia,
scoprì i denti come un leone in una furia improvvisa,
in preda alla rabbia gridò al guerriero:
Ho tolto ogni singolo rito,
io sono responsabile di tutti gli ordini degli dei!
Chi sei tu, per venire a combattere contro di me? Esponi i tuoi motivi!
il suo discorso si precipitò su di lui,
Il guerriero Ninurta rispose ad Anzu:
Io sono il vendicatore del dio di Duranki
...

Poi ovviamente botte da orbi, Ninurta (secondo altri scritti Marduk il re degli dei) riesce a uccidere Anzû e recuperare quelle benedette tavole, ripristinando il potere degli dei.

Tutto è bene quel che finisce bene (?) e l'ultimo chiuda la porta.

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sexting


<< Come posso provocarti? >>
<< Cioè vuoi un ceffone? >>
<< Veramente vorrei che ti alzassi la gonna. >>
<< Guarda che ho i pantaloni adesso. >>
<< Va bene, toglili allora. >>
<< Fatto. >>
<< Togli la maglia... >>
<< Ho una camicia. >>
<< Uff! Sbottonala! >>
<< Fatto. Me la levo? >>
<< Si >>
<< Togli il reggiseno. >>
<< Non lo porto. >>
<< Cazzo! Allora mettilo! >> [m]

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la destra


Come network neurale la destra è unita per definizione. Avendo un neurone per uno devono necessariamente essere un cluster.

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JJJJ


Erano quasi come i tre moschettieri che in realtà sono sempre stati quattro.

Athos, Porthos, Aramis e D'Artagnan.

John, Jack, James e Jill.

La banda era come un pocker d'assi e anzi più come una pocker di jolly. Sarà per l'iniziale o forse solo per il ruolo che ognuno avrà in questa storia. Una storia che non è un racconto, quanto piuttosto una serie di fatti puramente inventati ma così tristemente paradossali da poter essere anche veri.
Sarà una storia di sesso, perché quello ci sta sempre bene e fa vendere parecchie copie. Sarà anche di politica qua e là marezzata di goliardica spensieratezza. I nostri eroi, da banda del buco, si cimenteranno in paraboliche situazioni da buoni faccendieri quale essi erano.

Senza indugi ulteriori ci accingeremo a presentar la cricca.

John, di lui si dice che abbia la verga più lunga delle gambe. Mai verità fu più sacrosanta. Benedetto da dio, fu dotato da madre natura di onesto orpello. Sia erto di spessore che slanciato in lunghezza. Nel suo caso comunque, mai realtà fu più reale: John non aveva le gambe.
Amava dire di averle perse in quell'eroica battaglia al limite del deserto, accerchiato da nemici rigorosamente di lingua araba, che lo annaffiarono di bombe a grappolo. A quanto racconta in preda all'enfasi, solo l'ultima delle mille lanciate lo ferirono, l'ultima lanciata al grido tipico dall'ultimo nemico in turbante. La triste verità è che le perse guidando sbronzo e fracassandosi sull'unico albero del deserto dietro casa in Arizona. L'abbattimento dell'albero gli costò anche una multa salatissima da beffa oltre al danno.
Anche gli fosse rimasta una gamba sola però, sarebbe potuto stare in piedi sostenuto da quel ben di dio che si ritrovava.

Jack invece, era il più smargiasso e di lui si diceva che avesse due cazzi. Certamente in senso figurato, chi mai potrebbe avere due cazzi a parte Belzebù? Jack, aveva un cazzo normale, nella media si direbbe. Leggermente rastremato alla base, cresceva come un fungo appena arcuato e non sbocciato. Non pensino subito i maligni che gliene fosse spuntato uno a coda bifida, no, non era così.
Jack perse la mano facendo il macellaio. Fu una svista nel macinato misto. Il nostro era però uomo pratico e di profonde vedute, scoprì quindi nuovi e più interessanti usi del moncherino che amichevolmente chiamava il maglio, con quel sapor medievaleggiante da perno battente. Nel giro si mormorava che fosse altamente ricercato come esperto procacciatore di sensazioni decisamente amorali.

James, il piccolo James, il minuscolo James, l'uomo dalla mandibola disarticolata. Dagli amici detto il serpente, poteva proporre aperture orali di tutto rispetto. La serpe, chiamato anche così per altre attitudini, era inoltre dotato di lingua prominente tale da potersi toccare non solo il naso sulla punta. Si ignora la causa di tali abilità, forse da ricercare in una qualche rissa da bar o da bettola di infima categoria. Il nostro James, il nostro piccolo, il nostro quasi invisibile James era però un nanodotato. La qual cosa non lo rese impopolare, e anzi, si poté così concentrare meglio su quello che avrebbe potuto fare meglio. Ebbe molto successo, successo da far fila.

Jill, che dire di Jill? Lei da non udente, che in tempi meno sospetti avremmo potuto definire sorda, e da non vedente, per quegli stessi tempi cieca, si aggregò in un secondo tempo. Jill, parlava poco ma non era non parlante o non proferente parola, si limitava a emettere gemiti e grugniti frammisti a certi incitamenti di dubbio gusto. Jill veniva da una famiglia di religiosi osservati, si badi bene non osservanti. In tutta la sua infanzia, fu osservata da vecchie signore di mezza età sullo sfiorire degl'anni, vestite di nero ma senza occhiali. Esperienza infantile che le lasciò un pizzico di sano esibizionismo.
Come la bella J incontrò i JJJ, è avvolto nel più buio mistero: in una notte nera dove tutte le vacche sono nere ci fu l'incontro. Si narra, almeno così la mettono i vecchi saggi del posto, che procedendo a tentoni pose la mano sulla gamba posticcia di John con una certa esclamazione di stupore. Le tremarono altresì le gambe, tanto da fa permettere a Jack di sostenerla, come disse in un giorno a venire: bambina che scivola sulla balaustra.
Mi chiederete di James allora, dov'era James in quel momento? James non c'era, arrivò dopo in un secondo o terzo momento, di corsa e col fiatone.

L'incontro fu però fatto e i tre JJJ diventarono quattro. In un incastro perfetto di Jolly, due rossi e due neri, progettarono scorribande in tutto il paese, da est a ovest ma con un'accennata curva verso nord. [m]