mercoledì 16 febbraio 2022

Giuseppe Barazzetta, a Jazz Life

 

Finalmente, mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro. E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti [1], o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” [2].


Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
 
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. [3]
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz [4] mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” [5], agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.


Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.


Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno [6], e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini [7] o di Rudy Rabassini [8], perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
 
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.


Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.


Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.

"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."


Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz. 


Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.

Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.

Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:

"ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”


Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:

"voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz». Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.

Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:

“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?


Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):

Caro Giuseppe, AIUTO! Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 [9]. Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…



Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
In queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.


Non è un caso che il libro abbia visto la luce grazie alla Fondazione Siena Jazz, un’istituzione unica nel panorama italiano, con la cura editoriale di Francesco Martinelli, responsabile della Sezione Ricerca del Centro Studi sul Jazz “Arrigo Polillo”, al quale l’autore ha già donato diversi materiali, documentazioni di avvenimenti, fino ai suoi preziosi ricordi contenuti in questo libro.

Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
 
Grazie Joe!


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ITALIAN JAZZ STARS
Label: Angel Records
Catalog# 60001
Format: 10 inch (25 cm)
Country: New York - USA
probably printed between 1956/1957


Tracklisting:


A1) Invenzione (P. Umiliani)
by Gianni Basso and His 5tet:
Gianni Basso (ten sax), Oscar Valdambrini (tp),
Piero Umiliani (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1952, October 22
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1004
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

A2) Gim Blues (O. Valdambrini)
by Oscar Valdambrini and His 5tet:
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten sax),
Adelmo Prandi (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1952, October 22
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1002

A3) Tenderly (W. Gross)
by Flavio Ambrosetti 4tet:
Flavio Ambrosetti (alto sax), Francis Burger (p),
Franco Cerri (bass), Gilberto Cuppini (drums)
recorded in Milan 1953, September 25
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1012
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

A4) Cool-laboration (R. Nicolosi)
by Roberto Nicolosi and His Orchestra:
Oscar Valdambrini, Giulio Libano (tp),
Mario Pezzotta, Athos Cerroni (tbn),
Michelangelo Mojoli (french horn), Francesco Saverio Scorza (tuba),
Sergio Valenti, Glauco Masetti (alto sax), Fausto Papetti (tenor sax),
Giampiero Boneschi (p), Franco Pisano el. g), Franco Cerri (bass),
Gilberto Cuppini (drums), Roberto Nicolosi (dir, arr).
recorded in Milan 1953, January 16
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1005
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)



B1) Fascinating Rhythm (G. Gershwin)
by Flavio Ambrosetti 4tet:
Flavio Ambrosetti (alto sax), Francis Burger (p),
Franco Cerri (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1953, December 5
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1018

B2) La Barca dei Sogni (C. Di Ceglie)
by Oscar Valdambrini and His 5tet:
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten sax),
Adelmo Prandi (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1952, October 22
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1001
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

B3) Nancy with the Laughing Face (J. Van Heusen)
by Giancarlo Barigozzi and His Quintet:
Giancarlo Barigozzi (tenor sax, cl), Sergio Mandini (el. g),
Ettore Ballotta (p), Edoardo Rossi (bass), Gilberto Cuppini (drums)
recorded in Milan 1953, September 11
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1013
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

B4) Stelle Filanti (N. Rotondo)
by Nunzio Rotondo and the Sextet of the Hot Club of Rome:
Nunzio Rotondo (tp), Franco Raffaelli (alto sax),
Ettore Crisostomi (p), Carlo Pes (el. g), Carlo Loffredo (bass),
Gilberto Cuppini (drums)
recorded in Milan 1952, March 27
first print on 78 rpm Columbia - CQ 2342


__________________

[1] Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia
[2] AAVV, Jazz e cultura mediterranea, ISMEZ,
[3] Musica & Jazz
[4] Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Giuseppe Barazzetta, Enciclopedia del Jazz, Messaggerie Musicali Milano, 1953
[5] Giuseppe Barazzetta, Jazz inciso in Italia, Messaggerie Musicali, 1960
[6] Enrico Cogno, Jazz Inchiesta Italia, Cappelli editore, 1971
[7] Franco Mondini, Sulla strada con Chet Baker e tutti gli altri, Lindau, Torino 2003
[8] Rudy Rabassini, Piccola Storia del Jazz a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2007
[9] Mingus at Monterey, Live at Jazz Festival, California, Jazz Workshop 001/002 , re-issue on Prestige P-24100, 1981

Nota al post:
Questo "pezzo" è stato scritto e pubblicato nel Aprile 2009, quando il Blog si trovava sulla piattaforma Splinder, oramai scomparsa dal web. In questo nuovo upload ho aggiornato i file di riferimento al vinile ma non i tempi/date del testo riferiti a libro.

Nota alla selezione grafica:
le cover pubblicate in questo post, sono una parte dei dischi che Barazzetta ha curato, scrivendo anche tutte le note di copertina, durante la sua consulenza presso la Carisch, dal 1954 al 1960.
Le fotografie sono tratte dal volume "Una vita in quattro quarti".


lunedì 14 febbraio 2022

ALTRO CHE SAN VALENTINO – Non c’è Amore tra il Jazz e le politiche culturali.

Raccolgo e condivido volentieri il pacato intervento di Stefano Maltese, figura chiave del Jazz siciliano - ma di rilievo internazionale - agitatore culturale con la sua ricerca personale che prende “forma pubblica” con l’associazione Labirinti Sonori e la sua Label di diretta emanazione che, in merito alla candidatura della bellissima Siracusa come capitale della cultura 2024, comunica apertamente lo stupore di non essere stato nemmeno interpellato dalle Amm.ni locali, nonostante la sua Storia.


Con una ciclicità oramai scontata, ma non per questo meno dolorosa, abbiamo visto e segnalato nel tempo la stessa sorte toccare al Open Jazz Festival di Ceglie, diretto dal compianto Faggiano, al Talos Festival di Ruvo di Puglia, creato e diretto per quasi trent’anni da Pino Minafra, al Bari in Jazz diretto da Roberto Ottaviano o all’Open World Jazz Festival di Ivrea, diretto da Massimo Barbiero e, purtroppo, a tanti altri…


Ogni volta l’assessore di turno (tanti, forse troppi?) o non ha proprio risposto o, come nel caso di Siracusa, si è difeso dietro la “chiamata alle armi” a cui ognuno poteva partecipare di sua spontanea volontà; pratica presumibilmente legittima nel criterio dell’appello pubblico ma manchevole nel rispetto dell’identità culturale e della memoria storica conclamata sul territorio che l’Assessore deve per forza conoscere.


Dice bene Gianni Morelenbaum Gualberto: «I responsabili di un progetto artistico devono conoscere il mondo in cui agiscono, meglio persino di coloro che lo vivono. È Lei che deve andare a cercare gli artisti, anche se conosco abbastanza bene il mondo della politica per immaginare che Assessori e cortigiani varî siano abituati ai questuanti che strisciano alle loro porte, rendendo omaggio a un potere che sa di provincialismo bizantino. Insomma, poiché voi non conoscete il mondo di cui pretendete di occuparvi, volete la manina alzata come per coloro che a scuola vogliono andare di corsa al bagno».


Quello che trovo ancor più strano è la scarsa presenza degli altri musicisti “per fare cerchio” intorno a casi come questo e, soprattutto, la quasi totale assenza sul pezzo della “critica ufficiale”, cioè la carta stampata specializzata. Siamo stanchi? Ci stiamo abituando al peggio? Accettiamo ogni decisione come inesorabile?


Io credo che se non facciamo sentire la nostra voce, pur se piccola come la mia, prima o poi non ci sarà più nulla per cui suonare (a parte le commissioni miserrime di Spotify) né, tantomeno, qualcosa che valga la pena raccontare (a parte le veline dei Festival Vatuttobene, grazie). 

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Art by Mario Schifano
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Oggi non è che il ricordo di ieri, e domani non è che il sogno di oggi.
The Prophet, Kahlil Gibran

venerdì 11 febbraio 2022

A European Proposal _ Bennink, Megelberg, Rutherford, Schiano _ HORO 1978


 - New Upload -

«… specifico e diverso è il caso di Mario Schiano, su cui vorremmo fermare il discorso, proprio perché si tratta del “caso” più discusso tra quelli della “free music” e perché esso bene risponde a questa linea interpretativa che assume la “testimonianza contingente” come motivazione dello sviluppo del “free” in Italia, nel senso di un’attività sovrastrutturale strettamente collegata e determinata dall’andamento della struttura sociale, politica, economica, sottostante»

Mario alzò gli occhi dalla rivista e controllò l’orologio della cucina, anche se erano passati solo pochi minuti dall’ultima volta che aveva guardato l’ora, poi riprese a leggere.
 .

«Roma, inverno 1965: i musicisti che cominciano a cimentarsi nelle cantine di Trastevere con le nuove forme di “free music” (musica libera nel senso che rifiuta i vecchi codici del jazz) provengono quasi tutti dalla provincia italiana, cioè da un serbatoio inutilizzato d’intelletti e fantasia. […] Mario Schiano appartiene a questa corrente migratoria, provenendo da Napoli, che, anche nel contesto del sottosviluppo meridionale resta un’area separata»

Guardò nuovamente la copertina del giugno 1975 di Musica Jazz, tenendo il segno con le dita, che se anche riportava la foto del veterano Red Norvo, aveva finalmente dedicato alla sua discussa figura un lungo articolo a firma di Alberto Rodriguez, il primo che cercasse di far luce sulla sua ricerca e, fin’ora, ancora l’unico.
 .

«È un musicista che ama e suona il jazz, ma è subito chiaro (ecco il primo tratto distintivo) che le furbizie, l’esuberanza sentimentale, il binomio “lacreme e core” e persino il melenso interclassismo di tanta musicaccia napoletana hanno giocato un ruolo nella sua storia e nella sua formazione »

Ora erano quasi le 22:00, vicino alla porta la custodia del suo sax e sulla sua sedia una piccola borsa di tela erano pronte, come lui, alla partenza, ma c’era ancora un po’ di tempo.
 .

«La scelta del jazz (di una musica ugualmente densa di significati e provenienze popolari) costituisce per Schiano proprio il risultato di questa reazione, e si trasforma in strumento di liberazione, ipotesi futuribile, mezzo per cambiare e cambiarsi»

Aspettava da un momento all’altro il trillo del citofono, con il quale un taxi lo avrebbe portato in stazione e da lì, viaggiando tutta la notte, avrebbe raggiunto Cremona per il concerto.
 .

«In questo mondo la presenza di Schiano costituisce una vera e propria contraddizione, nel senso che un giovinotto con un sax persino scassato, incapace di rovesciare un giusto quantitativo di note all’ora, come se fossimo alla FIAT, non andava bene, e più che ai musicisti, ad un certo establishment organizzativo romano, abituato a coccolare pochi pupilli e ad adorare qualunque cosa purchè proveniente dall’America»

Al Teatro Ponchielli ci sarebbero stati quei due ragazzacci olandesi ad attenderlo, che aveva incontrato per la prima volta a Lovere un anno prima, e poi solo un’altra volta in quel club vicino al Colosseo, più quel baffuto ragazzo inglese, che aveva la fama di prodigioso trombonista, ma che lui non aveva mai incrociato su un palco. Si sarebbero capiti? Aveva pensato per un istante.
 .

«Intanto ci sembra giusto riconoscere all’interno di quegli esperimenti almeno due diversi momenti di ricerca, che corrispondono a precisi sviluppi del discorso musicale: la prima fase (dal 1966 alla fine del 1970) si caratterizza per un totale rovesciamento dei “codici jazzistici” tradizionali; la seconda fase (dal 1971 al oggi) rivela invece un recupero di vecchi stilemi del jazz, inseriti, in termini di “contaminazione”, in un contesto che rimane aperto alla libera improvvisazione, all’interno della quale compaiono elementi tematici e melodici sempre più frequenti»
 .

Marcello, Don, Ray, Jerome, Sheila, Bruce… Sorrise con gli occhi alla vista di quella foto. Erano passati quasi tre anni dalla pubblicazione di quell’articolo, lui non si era mai fermato ma pochissimi in Italia sembravano accorgersene. Contava su una mano gli interventi che lo citavano in maniera approfondita: quello di Giampiero, quello di Enrico, il primo “internazionale” a firma di Alain Gerber e questo. 
.
Non poteva ancora sapere che un giorno John Corbett lo avrebbe definito «sax legend» sul “Down Beat”, che Kewin Whitehead sarebbe volato apposta da Chicago a Trastevere per intervistarlo e pubblicare tutto su “Pulse!”, che Philippe Renaud gli avrebbe dedicato l’unica copertina della sua vita su “Improjazz”, che Francesco Martinelli avrebbe custodito i suoi archivi, studiato la sua vita e gli avrebbe dedicato la più completa discografia a suo nome, che Kazue Yokoi avrebbe fatto conoscere la sua biografia ai lettori giapponesi di “Jazz HIHYO”, che Raùl Mao & Pablo Mancòn avrebbero fatto lo stesso per il jazz fan spagnoli, pubblicando una lunga intervista su “Cuadernos de Jazz”, che avrebbero scritto diverse tesi di laurea su di lui, che l’Archivio di Stato avrebbe acquisito la sua discografia completa…
 .

«Resta solo da aggiungere a proposito della storia musicale di Schiano e delle sue qualità, che è soprattutto dal vivo che è possibile cogliere gli elementi di reale novità che questo musicista ha saputo introdurre nella fase di costruzione del linguaggio del free jazz in Italia: uno dei punti di maggior rilievo del suo lavoro è stato ed è, come abbiamo già detto, quello di produrre “melodia”, di suonare “tematicamente”»

Sapeva che a Cremona avrebbero registrato il concerto, ma non voleva nemmeno pensare a cosa si sarebbero detti loro quattro, per non sciupare la naturalezza dell’incontro, per non avvilire l’empatia del linguaggio. L’unica cosa certa era la lingua con la quale avrebbero comunicato.
 .

«Non vanno dimenticate infine la concezione e le scelte politiche che stanno al fondo di questo discorso musicale, e che sono anch’esse il risultato di una storia: dalla origine napoletana, dai rapporti con la melodia e la vena popolare della sua regione, dalle esperienze costruite giorno dopo giorno, nel corso del suo soggiorno romano, Schiano ha derivato una precisa concezione del ruolo del musicista nella società, dell’uso e del significato del prodotto musicale che non può limitarsi ad essere pura merce, oggetto di consumo, ma deve diventare strumento di scambio, “linguaggio” che rispecchi le esigenze di intere comunità, e che possa “parlare ed essere parlato”»
 .

Gli piacevano quelle righe, perché venivano dal passato ma, in qualche modo, guardavano avanti. Non sapeva assolutamente cosa avrebbe suonato la sera dopo, ma era certissimo che aveva sempre amato il jazz, come amava il varietà ed il night…
Il citofono interruppe finalmente i suoi pensieri.
Chiuse serenamente il cassetto dei suoi ricordi, spense la luce, imbracciò il suo strumento, aprì la porta ed iniziò a scendere le scale fischiettando una melodia bellissima e frammentata, che sembrava provenire dalla sua memoria, eppur si mostrava nuova come non mai.
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Credits:

A European Proposal

Label: HORO
Catalog #: HDP 35-36
Format: LP
Country: Italy

Recorded Live at Teatro Ponchielli,
Cremona, April 24, 1978


Paul Rutherford (trne, euphonium),
Mario Schiano (alto sax),
Misha Mengelberg (piano),
Han Bennink
(drums, perc., cymbals, bass cl, fiddle, whisdle, toys)


Tracklisting:

Tristezze di Sanluigi - 19:01


Tristezze di Sanluigi - 19:01


Tristezze di Sanluigi - 20:00


Tristezze di Sanluigi - 21:30


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Il testo «citato» è tratto da "Il Caso Schiano", 
di Alberto Rodriguez
Musica Jazz n°6 - Giugno 1975

martedì 8 febbraio 2022

the Giants are in Town! Sinesio & Music Inn present: Johnny Griffin - HORO Records 1974


Il 24 gennaio 1974, in Largo dei Fiorentini 3, all’angolo con la più “blasonata” Via Giulia, aprì a Roma il Music Inn di Pepito & Picchi Pignatelli.



Non era certo l’unico Jazz Club della capitale, che all’epoca ne vedeva già aperti diversi, tra cui “il Clubino” o il “Folkstudio” e del resto anche Pepito aveva inaugurato già nel ’71 il Blue Note in via dei Cappellari, 74 (poi chiuso per via dei primi casini giudiziari del “principe”), ma il Music Inn è stato e resterà IL LOCALE per antonomasia, e non credo solo per noi romani. 



Immagino che tutti abbiate sentito parlare almeno una volta di questo Club, o che vi siate ritrovati a vedere spezzoni, oramai leggendari, passati su Blob o Schegge alle tre di notte, registrati proprio in quella “grotta” e sono molto felice che una narratrice sensibile come Carola De Scipio, che ha già saputo raccontare con tanta profondità e rara grazia la figura di Massimo Urbani, si stia dedicando (con Roberto Carotenuto e le musiche di Enrico Pieranunzi) a un documentario su quello che è stato il mito di riferimento dei Jazz Club italiani, per l’aspetto da Cave, per la fama dei suoi gestori, per la cucina strepitosa (all’inizio gestita da Riccardo Lay) e, soprattutto, per i nomi stratosferici che presentava una sera dopo l’altra sul suo piccolo palco…



Basta scorrere oggi una loro qualsiasi programmazione per accorgersi che era proprio un’altra epoca per la Musica… 

L’apertura di fine gennaio ’74 fu affidata a Basso & Valdambrini, in Sestetto con Dino Piana; a seguire ci furono i “Summit”, il quintetto guidato da Dusko Gojkovic con Bobby Jones al tenore poi, per un’intera settimana, Mal Waldron e Steve Lacy e, a chiudere, Art Farmer. E il livello dei programmi proseguiva su questo tono: Franco Cerri con una ritmica romana, la Big Band di Tommaso Vittorini e Enrico Pieranunzi e poi Dexter Gordon, Kenny Drew, Flavio e Franco Ambrosetti (con J. F. Jenny Clarke al basso e Daniel Humair alla batteria)...  In un soleggiato giorno di aprile poi, arrivò Johnny the little giant Griffin, che suonò per un’intera settimana “accompagnato” dal Modern Art Trio (o buona parte dei Perigeo, se preferite…), cioè Franco D’Andrea al piano, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Bruno Biriaco alla batteria.



In quel contesto agiva un altro personaggio fondamentale per il Jazz a Roma di quegli anni, Aldo Sinesio, che in totale sinergia con la programmazione del Music Inn non perdeva mai l’occasione di registrare quei giganti arrivati in città. Fu così che nacque la serie Jazz A Confronto della HORO e la gig di Johnny Griffin chiuse la prima decina, in maniera onesta e generosa col suo hard bop moderno, ma sarebbe benissimo potuta stare sul podio, secondo me, fosse solo per il primo titolo del Lato A, che fu un atto d’amore per il Club dei Pignatelli ed una conferma della sua statura, che risuona forte ancora oggi.



Sì, era sicuramente un’altra epoca quella, in cui potevi sedere al bancone del Music Inn con personaggi come Ornette Coleman, McCoy Tyner, Bill Evans, Jackie McLean, Max Roach o Chet Baker... anzi, forse era proprio un altro pianeta.

*****



Label: HORO
Catalog#: HLL 101-10
Format: LP
Country: Italy

Recorded at “Titania’s Studio”,
Rome on 1974, April 7

Johnny Griffin (tenor sax),
Franco D'Andrea (p), Giovanni Tommaso (bass), Bruno Biriaco (drums)



Tracklisting:

Side A

A1) Music Inn Blues - 8'44"
A2) For The Love Of - 8'07"


Side B

B1) Always Forever - 7'11"
B2) Keep Going - 12'02