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lunedì 16 dicembre 2013

Lilian Terry with Enrico Intra 5tet _ In Swing! 1960


La questione di essere un musicista jazz a mezzo servizio, è stato uno dei crucci, o dei più sicuri nascondigli, degli artisti italiani quasi fino alle soglie del secondo millennio.

«Tu sai che io sono un musicista di jazz a mezzo servizio con la musica leggera, come tanti altri, del resto, e come ce ne sono perfino in America. Cerco in qualche modo di vivere positivamente anche questa esperienza, di arricchire in qualche modo me stesso, per esempio quando ho a disposizione una grande orchestra. Bisognerebbe eliminare il mezzo servizio, ma come si fa? Ci vorranno ancora molti anni, forse non basterà una generazione. Oggi per vivere soltanto di jazz, specialmente in Italia, uno dovrebbe rassegnarsi ad una povertà francescana o vivere da solo a fare l’asceta. Certo, si può fare. Ma è una scelta dura, e succede che quando si è giovani certe cose non si capiscano. Può prevalere l’impulso naturale di non rimanere soli, di farsi una famiglia, e allora il mezzo servizio diventa inevitabile. Non puoi sacrificare gli altri».


Questo dice il pianista Enrico Intra a Franco Fayenz, in un’intervista apparsa su Musica Jazz nell’agosto 1973, ed è significativo leggere come, anche nel decennio maturo del jazz italiano, fosse difficile vivere delle proprie idee musicali a tempo pieno e quanti compromessi era invece necessario trovare per mantenere un equilibrio tra vita privata e professionale.


Negli anni a cavallo tra i Cinquanta ed i Sessanta il mezzo servizio era un atteggiamento all’ordine del giorno, non tanto nelle occasioni delle jam, dei festival ad hoc o dei discorsi tra gli appassionati che ci riportano le storie del jazz, ma proprio nell’aspetto professionale, e cioè nei prodotti dell’industria musicale che avrebbero dovuto generare reddito agli stessi musicisti, primi fra tutti i dischi, ma anche le apparizioni televisive e/o radiofoniche sotto compenso.


Se ci pensate, o se avete la possibilità di scorrere alcune discografie di quegli anni, rarissimi sono i Long Playing jazz dell’epoca, molti di più i singoli a 45 giri e gli Extended Play, probabilmente perché ritenuti più facili da vendere dalle industrie discografiche. Eppure, anche questi più economici supporti, raramente sono completamente dedicati al jazz, che spesso si trova relegato nei lati B dei dischi destinati al grande pubblico, cioè quelli con più ampia diffusione, come quelli dei cantanti, che lasciavano la facciata principale ai temi alla moda e cantabili da tutti.


Scorrendo la mappa che Arrigo Zoli pubblicò a compendio di ogni sezione del suo utilissimo “Storia del Jazz Moderno italiano – I Musicisti” negli anni Ottanta, dei cantanti in jazz possiamo contarne poco più di una decina dai primi anni Cinquanta fino agli inizi dei Settanta, nell’ordine:
Lilian Terry, Nicola Arigliano, Lydia MacDonald, Jula De Palma, Jimmy Fontana, Mara Moris, Monna Lisa (aka Vanda Radicchi), Caterina Villalba, Cocki Mazzetti, Gianfranca Montedoro e Renata Mauro.


A parte i primi quattro, che hanno mostrato un’attiva presenza e mantenuto un’attività costante nel tempo, gli altri hanno intrattenuto rapporti sporadici col jazz, o l’hanno abbandonato subito, ed allora mi viene da pensare chissà perché Arrigo abbia lasciato fuori nomi come Carol Danell, Helen Merrill, Caterina Valente, Cosetta Greco, Anna Moffo e Fatima Robin’s, oppure Johnny Dorelli che, sembrerà strano, ma al jazz ha dedicato diversi Lato B sul finire degli anni Cinquanta.


Successivamente, quasi sempre per brevi incursioni, si possono citare altri connubi a metà tra  i cantanti italiani ed il jazz, con top stranezza nel “Villa Tutto Dixieland” licenziato dalla Cetra 


ed altri incontri più felici come il “Back to Jazz” di Bruno Lauzi per la DIRE o il toccante “in Concerto” di Mia Martini, da un’idea di Maurizio Giammarco.


Ecco, anche Lilian Terry ha dovuto accettare più volte il mezzo servizio, come racconta sulle pagine del suo sito, e per far produrre dalla CGD la sua vera passione, ha dovuto incidere diversi singoli pop in cambio ma, quando canta in swing, cadono tutti i dubbi e si comprende il motivo per cui abbia acconsentito a quel sottile ricatto.

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Credits:

In Swing!

Label: CGD
Catalog#: E 6096
Format: EP
Country: Italy
Recorded 1960

Lilian Terry (voice),
Oscar Valdambrini (trumpet),
Gianni Basso (tenor sax),
Enrico Intra (piano, arr.),
Giorgio Azzolini (bass),
Gianni Cazzola (drums)
Quartetto Radar (vc)





Too Close for Comfort - 2:30
The Song Is You - 2:50
My Heart Belongs to Daddy - 2:35
Don’t Worry About Me - 3:10



martedì 10 dicembre 2013

Franco Cerri, Enrico Intra, Lucio Terzano _ Omaggio a Bill Evans - DIRE, 1981


Pioveva fitto quella sera. Franco era sceso dalla metropolitana in piazzale Lotto e si era avviato a piedi lungo il viale Monterosa. Camminava chino, sotto quel dannato acquazzone, lasciando liberi i pensieri. […] ed era arrivato al Derby, il locale che Gianni Bongioanni aveva ereditato dal padre.


In origine era Whisky a Go-Go: si mangiava, si beveva, era un modo come un altro per scimmiottare gli americani. Ma Bongioanni aveva capito che forse quel modo di gestire il locale non avrebbe dato frutti. Così aveva cominciato a girare gli altri club milanesi ed era arrivato al Santa Tecla, dove aveva incontrato Enrico Intra e, con lui, aveva poi dato vita all’Intra Derby Club. Un buco dove si suonava e si facevano spettacoli di cabaret ed era il Trio di quel giovane pianista, Enrico Intra, a intrattenere il pubblico. Intra, con Pallino Solonia al basso e Pupo De Luca alla batteria. Era un bel tipo quell’Intra, giovane, spavaldo, allegro, con un modo di suonare molto nuovo, originale, che faceva tesoro di quanto era accaduto nel jazz, il be-bop, il bop duro, il nuovo free, ma che mischiava le carte, scivolava fra uno stile e l’altro, occupava spazi inediti. Aveva anche un fratello, Gianfranco, pianista anche lui oltre che arrangiatore e direttore d’orchestra. […]


L’Intra Derby era nato per il jazz, ma anche in questo caso il pubblico aveva dimostrato di non essere preparato per quella musica americana, così Pupo De Luca aveva cominciato a raccontare delle storie ironiche, a inventare barzellette, poi era arrivato Enzo Jannacci che aveva appena inciso le sue memorabili “scarp de tennis” e tutti gli altri, da Gaber a Lino Toffolo, a Bruno Lauzi, a Franco Nebbia, a Tinin e Velia Mantegazza, coi loro pupazzi, più avanti Cochi e Renato e altri comici ancora. Tra una scenetta e l’altra, tra una battutaccia ed un siparietto, entrava di prepotenza il jazz di Intra e a lui si univano spesso degli ospiti, musicisti milanesi o altri di passaggio a Milano. Intra si batteva con tutto il suo entusiasmo, ma il pubblico non sempre mostrava di capire quella sua musica “astrusa”, colma di modi inediti di suonare.


Quella sera Franco andava al Derby proprio per partecipare ad una di quelle occasioni, con il Trio di Intra. I due si conoscevano da tempo, avevano anche inciso dei dischi insieme, ma ancora non avevano pensato di collaborare. Quella sera avevano capito che il sodalizio era possibile: Enrico teso verso le “nuove cose”, Franco più tradizionale. I loro modi riuscivano, comunque, a legare ottimamente e la loro musica era dinamica, moderna, colma di trovate. Gli strappi di Intra, moderati dal melodico andare di Franco.


Racconta Enrico Intra: «Avevo già avuto modo di conoscere Franco. Avevamo anche inciso qualcosa insieme, chiamati da Mister Lee che era il direttore artistico de La Voce del Padrone. Ma non avevamo avuto altre occasioni, pur conoscendoci e rispettandoci. Pensavo che Franco fosse uno straordinario stilista animato da uno spirito naif. Tutto quello che faceva era naturale, credo sia stata proprio questa sua spontaneità, oltre alla tecnica ed alla capacità di trasmettere emozioni, a dargli simpatie e popolarità. La sua musica è sempre lineare, razionale, piacevole, così è stato facile intenderci, mettere insieme i nostri diversi modi d’intendere il jazz e, forse, senza neppure rendercene conto, creare un nostro linguaggio».


Franco ed Enrico avevano anche fatto un duo per accompagnare Ornella Vanoni. Otto serate a trecentomila lire ciascuna, cento a testa. Ornella si era appena fatta conoscere con le “canzoni della mala” che le avevano cucito addosso Strehler, Campi, Fo, ma era già pronta a dedicarsi a quelle nuove canzoni che Tenco, Bindi, Paoli andavano scrivendo. Canzoni che Franco ed Enrico facevano pulsare in modo jazzistico, per poi abbandonarsi anche a “soli” decisamente jazz: Franco al basso e alla chitarra, Enrico al piano, ma anche alle maracas. Suonare era pur sempre un grande gioco fanciullesco.

Erano i primi anni Sessanta e jazz, teatro, cabaret, mischiavano le loro strade anche grazie a quegli autentici talenti che animavano le scene.


«Eravamo e siamo rimasti diversi» racconta Cerri parlando di Intra, «io sono tonale. Già il be-bop, al primo incontro, mi aveva un po’ frastornato. Figuriamoci il free, un altro mondo. C’era stato un concerto al Lirico, il gruppo di Miles Davis con John Coltrane al sassofono e gli appassionati milanesi si erano divisi. Alcuni ne erano usciti entusiasti, altri poco convinti. Io capivo che si trattava di musica di altissima qualità ma facevo fatica a digerirla, avevo bisogno di tempo. Enrico, invece, assorbiva tutto, si sentiva a suo agio in tutto ciò che ci arrivava di nuovo, come accadeva ad Enrico Rava, a Massimo Urbani, a Giorgio Gaslini e ad altri ancora.

Io faccio musica come se scrivessi un racconto, ho bisogno di seguire una certa logica, il free spezza ogni cosa, sconvolge i temi, li disperde in tante schegge; un’operazione molto intellettuale, nella quale non mi ritrovavo. Ciononostante, o forse proprio per questo, le nostre due nature riuscivano a conciliarsi. Sentivo che Enrico a volte doveva tenere a freno la fantasia, così come io cercavo di adeguarmi, mi sentivo demodé e volevo allargare il mio panorama. Eppure le nostre due nature finivano per conciliarsi. E più avanti nel tempo avevamo formato un Quartetto, con Azzolini al basso e Gilberto Cuppini alla batteria, che dura ancora, sia pure cambiando a volte basso e batteria, Lucio Terzano e poi Marco Vaggi, Paolo Pellegatti e Tony Arco. Una sera Cuppini non era arrivato a Lecce. Avevamo pensato di far saltare l’esibizione, poi Enrico aveva detto: suoniamo in Trio, come Art Tatum, come Oscar Peterson e ci eravamo resi conto che anche così la musica funzionava» […]


Gli anni Sessanta erano volati via così, una sorta di straordinaria palestra, nella quale il jazz italiano era maturato, liberandosi a poco a poco dai lacci, troppo stretti, degli americani. Erano i maestri, certo, ma i nostri musicisti stavano elaborando un linguaggio legato alla loro cultura e, come sappiamo, oggi quel linguaggio è maturato, è addirittura esploso in un jazz che, pur senza tradire il passato, ha assunto connotazioni decisamente svincolate dalle vecchie radici.


da “Franco Cerri - In Punta di Dita” di Vittorio Franchini, Sigma Libri 2006

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Credits:

Il Trio _ Omaggio a Bill Evans

Label: DIRE
Catalog#: FO 361
Format: LP
Country: Italy
Recorded at Studio 7
Maj 27 and 28, 1981



Franco Cerri (guitar)
Enrico Intra (piano)
Lucio Terzano (bass)



Tracklist :


1) Dicotonia (E.Intra) - 4:37
2) Perhaps (L.Fontana) - 5:48
3) But not for Me (G.Gershwin) - 4:19




1) Tanto Tempo “Sol” (F.Cerri - E.Intra) - 6:22
2) Ballade for Fiory (E.Intra) - 3:39
3) Romantico (F.Cerri) - 3:47 
4) Song for Lucio (F.Cerri - E.Intra) - 1:06



martedì 8 gennaio 2013

III° Festival del Jazz di Sanremo - 1958


Forse è solo per caso che, nel testo vincitore del Festival della Canzone italiana del 1956, Franca Raimondi cantasse così:

Aprite le finestre ai nuovi sogni,
alle speranze, all'illusione.
Lasciate entrare l'ultima canzone
che dolcemente scenderà nel cuor
”.

E sì, perchè solo un caso può far coincidere quei «nuovi sogni» con «lasciate entrare l’ultima canzone», nello stesso anno in cui nasceva, nella sede deputata alla canzone italiana per eccellenza, appunto, il Festival del Jazz di Sanremo.
 .

Il Jazz è sempre stato per natura la nuova musica, e soprattutto in quegli anni.
Ma in Italia, si sa, ha dovuto lottare più per affrancarsi dall’egemonia della canzone, dell’operetta e della più nobile musica classica, che contro le leggi fasciste che lo vietarono per un determinato periodo, ed entrare su un palcoscenico importante come quello di Sanremo, anche se dalla porta posteriore, ha sicuramente contribuito a renderlo autonomo e maggiorenne.


Non è un caso infatti che i musicisti italiani presenti alla prima edizione, cioè Umberto Cesàri, Nunzio Rotondo, Basso & Valdambrini, Glauco Masetti, Berto Pisano, Gil Cuppini e Franco Cerri, tra gli altri, saranno poi i protagonisti della storia del jazz di questo paese.

È ovvio che, come in ogni tenzone degna di codesto nome, le polemiche non mancarono fin dall’inizio di questa manifestazione, voluta ed organizzata dalla Federazione Italiana Del Jazz, che aveva tra i suoi quadri le colonne portanti della storica rivista Musica Jazz, che divenne infatti l’arena pubblica delle tante discussioni.
 .

Prima ci furono i noti contrasti tra i seguaci del traditional e gli alfieri del modern, poi le missive anonime e le scomuniche dei papaveri di provincia, come nel caso dell’esclusione del complesso torinese “Jazz At Kansas City”, che generò pressioni addirittura presso la Direzione del Casinò di Sanremo, sfociando in protesta sulle pagine regionali della Gazzetta del Popolo. 

II° Festival Jazz Sanremo _ January 1957
 .
Poi seguirono gli evidenti distinguo della RAI TV tra il Festival della Canzone ed il cugino povero del Jazz.  Mazzoletti, sulle pagine de “Il Jazz in Italia”, racconta che «Già la prima edizione ottenne un successo mediatico ben superiore a quello del Festival della Canzone. Radio e TV si interessarono al festival e l’intera manifestazione venne registrata»; peccato che in circolazione ci sia un solo intero concerto (ed intendo disponibile a tutti, non nelle teche di qualcuno), quello di Art Blakey ed i suoi Jazz Messengers, registrato nel marzo del ’63 all’ottava edizione del FdJ e pubblicato solo nel 2007 dagli spagnoli della Impro-Jazz, più  pochissimi stralci: poco più di un minuto del Quintetto di Nunzio Rotondo alla prima edizione, una manciata di secondi con Lino Patruno and the Riverside Jazz Band, nella settima edizione e l’anomalo ottetto di Duke Ellington, presente alla 9° edizione del 1964.
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L’ambiguo rapporto tra la RAI ed il festival del Jazz, si evince più sinceramente nella rubrica “Lettere al Direttore”, a partire da MJ del febbraio 1957, dove Gian Carlo Testoni descrisse ad un lettore di Trieste le banali scuse accampate più volte dalla direzione della televisione di Stato alla FIDJ (non ci sono ponti radio da Sanremo, in quella fascia oraria trasmettiamo Mozart, etc etc) per evitare di mandare in onda il festival o parte di esso. 

 
Anche nelle parole di Giuseppe Barazzetta, storico redattore di Musica Jazz ed addetto ai rapporti con i musicisti stranieri per il Festival, raccolte nel bellissimo volume “una vita in quattro quarti” edito per i tipi di Siena Jazz, si fa evidente la cecità della RAI rispetto al valore culturale di questo evento.

L'Avventura del Festival jazzistico di Sanremo (1956 - 1966)

Per ultimo, credo che l’altezzosa superiorità della RAI TV deve essere rimasta impressa anche nei ricordi di alcuni ospiti internazionali, come nel caso del IV° Festival quando il sestetto di Albert Mangelsdorf, che con Dusko Gojkovic alla tromba aprì la seconda serata del 22 febbraio 1959, fu costretto ad interrompere la performance, restando inattivo sul palco per decine di minuti in attesa del collegamento televisivo.
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Per finire, non mancarono i contrastanti pareri proprio sugli ospiti stranieri, che via via andarono ad occupare sempre più spazio nella scaletta del festival. Basti pensare che nella prima edizione del ‘56, sui tredici complessi partecipanti solo tre non erano italiani, mentre nell’undicesima edizione del festival, quella tanto contestata del 1966, era presente solo il trio di Franco D’Andrea, con Azzolini e Tonani, su otto complessi. Per dovere di cronaca, c’è da menzionare la presenza di Enrico Rava, spalla però del quartetto di Steve Lacy e dello “sconosciuto” Guido Manusardi, alla sua prima apparizione italiana, con una ritmica svedese.
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Le polemiche sulle star internazionali iniziarono con l’esibizione del Modern Jazz Quartet alla 3° edizione del ‘58, che fece nascere interminabili discussioni sul loro sofisticato stile in pp, considerato un ripiego in confronto ai ruggiti aggressivi ed agli scoppiettanti assoli di batteria che, taluni, ritenessero essere il solo, vero ed unico aspetto del jazz, per sopirsi solo all’ultima annata del festival, dove si esibirono Ornette Coleman ed il quartetto di Steve Lacy. 


Quest’ultima edizione merita uno spazio apposito, perché potrebbe rappresentare in sintesi la summa delle difficoltà che ebbe a vivere quel festival e chi lo organizzava, oltre alla immaturità di certi critici e dei fan. L’undicesima edizione del Festival Internazionale del Jazz, che si svolse il 26 ed il 27 marzo 1966,  fu sottotitolata, non a caso, “Sotto una Cattiva Stella” e iniziò il giorno precedente con la dichiarata inagibilità, da parte delle autorità sanremesi, del Salone delle Feste del Casinò, luogo dove si era sempre svolto il festival, e vide gli organizzatori costretti a ripiegare all’ultimo minuto sul Teatro dell’Opera, che offriva solo una capienza di quattrocento posti, cioè un migliaio di meno del Salone. 


Ma questo non fu l’unico “problema tecnico”: durante la prima serata, tra l’esibizione del trio di Oscar Peterson e quello di Ornette Coleman, si sviluppò un principio d’incendio tra le quinte, con relativo panico, perdita di serenità e concentrazione degli ospiti e, per finire in bellezza, il mitico Sonny Rollins, che avrebbe dovuto chiudere la seconda serata con il Trio di Stan Tracey, non si presentò nemmeno nella città dei fiori.


Sul piano artistico, invece, altre “nubi” si andavano ad addensare su quel piccolo proscenio. Non vorrei soffermarmi su quelle appena delineate da Ornette Coleman che, dall’alto della sua statura musicale, si potè permettere di sperimentare con il violino e la tromba nel brano Snow Flakes and Sunshine, generando comunque non poche perplessità tra il pubblico, ma intendo proprio i cirrosi ammassi sonori soffiati da Steve Lacy e dal suo quartetto, «punctum dolens del festival», come lo definì Pino Candini, che così continuò «nel naufragio di Lacy è stato coinvolto il nostro trombettista Enrico Rava, che pur possiede, e non da oggi, innegabili doti naturali»
 .

Questo il ricordo di Rava «al sound check, gli organizzatori ed i giornalisti presenti non avevano idea di che musica aspettarsi da noi, ma alla fine delle prove gli sguardi erano preoccupati. Poi, finalmente il concerto. Sala piena. Grandi applausi durante la presentazione. Si comincia. Stiamo suonando da una decina di minuti, io con gli occhi chiusi, quando mi rendo conto che in sala sta succedendo qualcosa di strano. Apro gli occhi e vedo gente che si spintona. Molti si dirigono velocemente verso l’uscita. Alcuni ci urlano oscenità. In meno di un quarto d’ora la sala si svuota quasi completamente. Il giorno dopo sono uscite delle recensioni spaventose, come se suonare la musica che ti piace sia il peggiore dei reati. Ci hanno attaccato tutti, anche quei critici che pochi anni dopo sarebbero diventati filo-free-jazz. È stato veramente terribile, non tanto la reazione del pubblico, ma la critica, ferocissima. A causa di quelle stroncature ci cancellarono quasi tutti i concerti previsti nella nostra tournée italiana. Fortunatamente, si salvò un lavoro alla Radio RAI di Torino che ci salvò economicamente»
 .

Per avere un’idea del pensiero critico di allora, riporto uno stralcio d’intervista ad Arrigo Polillo, registrata da Mazzoletti su nastro magnetico la stessa sera del concerto e citata nel suo libro (pag. 630): «Coleman penso sia un artista dalla personalità notevole, sappia esattamente quello che fa e lo faccia molto bene, salvo come trombettista e violinista, ché come tale è davvero discutibile. Lacy penso che sia un eccellente musicista, ma in questo momento non sappia affatto quello che fa. Mi spiace di essere molto severo. Penso che questa strada non conduca da nessuna parte. Quello che dispiace, soprattutto, è che su questa stessa strada stanno camminando moltissimi in America e penso che questo sia un danno enorme per il jazz. Penso che se si dovesse continuare così entro due o tre anni il jazz non esisterebbe più»
 .

In ogni caso, nel bene e nel male, la strana avventura del Jazz in quel Festival senza vincitori fa parte della nostra Storia e va ricordato, come fece Polillo nel suo libro “Stasera Jazz”, consultabile online sul sito della Fondazione Siena Jazz.


Ma torniamo a quel III° Festival del Jazz del 1958, ed alla documentazione sonora che ci può aiutare a capire meglio qual’era l’atmosfera musicale di quell’evento e, soprattutto, ci offre una fotografia dello stato del jazz suonato in Italia sul finire degli anni Cinquanta.
 .

La FIDJ annunciò già dalla seconda edizione l’intenzione della Carisch a pubblicare un documento della serata, poi rinviato all’edizione successiva. In questo terzo appuntamento, nonostante un programma che vedeva infittirsi le partecipazioni degli ospiti stranieri, gli uomini della Federazione registrarono più di sette ore di musica suonata sul palco del Casinò di Sanremo, dalle quali vennero estratte le voci di più di trenta jazzisti italiani, in otto formazioni diverse immortalate nel disco in oggetto, con non poche sorprese.
 .

Infatti, in quella occasione, oltre ai “soliti noti” come il Quintetto Basso & Valdambrini, Glauco Masetti, lo svizzero italianizzato Franco Ambrosetti ed il Quartetto di Nunzio Rotondo, ci fu l’opportunità di registrare per la prima volta la tromba di Sergio Fanni, che incise il primo disco a suo nome solo nel 1960 per la mitica serie Jazz from Italy della Cetra, qui presentato come membro del complesso di Eraldo Volonté, accompagnati dalla ritmica di Renato Angiolini, Alceo Guatelli e Lionello Bionda.


Poi ci fu la conferma del pianista rivelazione della seconda edizione del festival, quell’Enrico Intra appena ventenne, che giunse a Sanremo direttamente dalla Sardegna, dove prestava il servizio di leva obbligatoria, qui sostenuto da Ernesto Villa e Pupo De Luca. Inoltre, fu registrato per la prima volta il Ten-Tette di Nunzio Rotondo, mai più documentato su disco, con Ennio Gabbi, Marcello Boschi, Gino Marinacci e Gil Cuppini, tra gli altri.

III° Festival Jazz Sanremo _ January 1958

Insomma, in questo disco troviamo fotografate le forze più rappresentative del cosiddetto jazz italiano moderno, in una versione live che trasmette energia e partecipazione e che immortala anche la vitalità del pubblico in sala, a differenza del freddo aplomb che accompagna molti concerti dei nostri giorni e, nonostante i modesti mezzi di registrazione, come ci ricorda più avanti Polillo nella sua recensione, resta un documento unico di un’era da molti solo immaginata e che adesso è possibile anche vivere, oltre che sentire.
 .

«con la pubblicazione di questo microsolco si realizza un nostro ormai antico sogno. Il risultato finale mi sembra più che soddisfacente; non foss’altro perché i nostri musicisti di jazz fanno sempre miglior figura su un palcoscenico che in uno studio d’incisione, anche se, naturalmente, le registrazioni di un concerto dal vivo non possono mai essere perfettissime da un punto di vista tecnico. I piccoli inconvenienti (qualche background un poco sordo, qualche nota fuori posto) sono tuttavia compensati ad usura dalla freschezza, dal calore, dalla validità jazzistica, insomma, delle esecuzioni, che, registrate in uno studio, sarebbero sicuramente più “pulite” ed acusticamente più nitide, ma anche più fredde e tutto sommato peggiori. Non si formalizzino, quindi, i musicisti, per qualche “scrocco” e per qualche pecca acustica: neppure i concerti registrati in America ne sono immuni. Quello che conta è il resto, e il resto funziona perfettamente, per tutti»


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Credits:

III° Festival del Jazz - Sanremo

Label: CARISCH
Catalog# TCA 15301
Format: LP
Country: Italy

Recorded in Sanremo,
18 and 19 january 1958


Tracklist:

1) Zoot (Mulligan) – 3:47
Sergio Fanni (trumpet), Eraldo Volonté (tenorsax),
Renato Angiolini (piano), Alceo Guatelli (bass), Lionello Bionda (drums)

2) The King (Basie) – 5:20
the same plus Glauco Masetti (altosax)

3) Lullaby For Trio (Basie) – 4:03
Enrico Intra (piano),
Ernesto Villa (bass), Pupo De Luca (drums)

4) This Is Always (Warren) – 3:05
5) L'amico del giaguaro (Valdambrini) – 8:00
Oscar Valdambrini (trumpet), Gianni Basso (tenorsax),
Gianfranco Intra (piano), Berto Pisano (bass), Gilberto Cuppini (drums)




1) Lover Man (Davis-Ramirez)  - 4:15
Flavio Ambrosetti (altosax), Piero Paganelli (piano),
Jean Siebenthal (bass), Bernard Pieritz (drums)

2) Memories Of you (Blake-Razaf)  - 3:40
Piero Paganelli (piano),
Jean Siebenthal (bass), Bernard Pieritz (drums)

3) Fine and Dandy (Swift-James) – 5:30
Nunzio Rotondo (trumpet), Leo Cancellieri (piano),
Sergio Biseo (bass), Gilberto Cuppini - drums

4) Then Men Blowin' (Rotondo)  - 6.45
Nunzio Rotondo, Peppe Cuccaro - trumpet
Ennio Gabbi – trombone, Marcello Boschi – altosax,
Marco Del Conte – tenorsax, Gino Marinacci – baritonesax
Bill Smith – bass clarinet, Leo Cancellieri – piano,
Paolo Pes – bass, Gilberto Cuppini - drums


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photos by Roberto Polillo
Art by Henry Matisse