“Partner” è un termine ambiguo. Un esempio: durante il primo giorno di seconda liceo, la nuova insegnante di teatro poco più che ventenne si è presentata alla classe, davanti a un gruppo di adolescenti scazzati e scottati dal sole, raccontando che era una soprano, si era appena laureata all'Università di Miami e, attualmente, aveva un “partner”. La scelta deliberata di un termine vago, e presumibilmente progressista, ha attirato la nostra attenzione al punto da farci distogliere lo sguardo dagli iPad, per domandarci cosa intendesse dire davvero con quella parola: “partner”. Nella nostra piccola scuola cattolica le chiacchiere sul fatto che la nuova professoressa con il dolcevita dovesse essere lesbica sono divampate in un attimo. Una caratteristica che, come sapevamo, in passato era costata il posto a diversi insegnanti.
Alla fine della prima settimana, l'insegnante di recitazione ci ha rivelato che in realtà aveva una relazione con un uomo. Fu una doccia fredda per quelli di noi che stavano cercando di trovare la sua amante online. E ironicamente, la professoressa ha poi detto di avere usato una parola generica nel tentativo di mantenere privata la sua vita sentimentale.
Il termine “partner” in questo senso può aiutare. Se vuoi mantenere anonima la tua relazione, o se la persona che frequenti non rientra esattamente nella dicotomia binaria ragazzo/ragazza, allora il termine può essere effettivamente utile. Domenica sera, ai Critics Choice Award, Timothée Chalamet, premiato come miglior attore per il ruolo in Marty Supreme, ha concluso il proprio discorso ringraziando la sua "partner da tre anni". Con la voce rotta dall'emozione ha detto: «Grazie per il nostro sodalizio. Ti amo. Non avrei potuto farlo senza di te. Grazie dal profondo del cuore».
Si riferiva alla fidanzata, Kylie Jenner, l'altra metà della sua relazione, perennemente sotto scrutinio del pubblico. Le parole di Chalamet sono significative per diversi motivi, uno dei quali è che si è trattato della prima occasione in cui ha parlato apertamente del loro legame davanti a tutti. Nell'intervista di copertina su Vogue di dicembre, l'attore aveva rifiutato di parlare di Jenner. Una decisione che aveva chiarito così: «Lo affermo senza nessuna paura, è solo che non ho nulla da dire». Anche se sul palco non ha pronunciato il suo nome, la telecamera ha inquadrato Jenner, seduta tra il pubblico con gli occhi umidi, che ha sussurrato "Ti amo" all'innamorato.
Dopo il discorso di Chalamet, si è scatenato un dibattito semantico online, in redazione e nei miei DM. Il termine "partner" è un barometro utile per misurare le continue fluttuazioni della politica delle relazioni sentimentali contemporanee. Alcuni hanno elogiato l'attore per aver fatto un passo avanti rispettoso, e avere attuato un riconoscimento che ha consolidato lo status di due adulti in una relazione reale e duratura, che coinvolge affari, figli e celebrità estrema. Altri sono rimasti confusi dalla seconda parte della sua dichiarazione, quando ha ringraziato Jenner per il loro "sodalizio". (Dopo lo spettacolo, Amanda Seyfried ha scritto sui social media di avere pensato che il sodalizio Chalamet si riferisse a una sorta di società di beneficenza). Tutto questo per dire che il termine "partner", in particolare usato da uomini eterosessuali in riferimento alle loro donne, è controverso per molte ragioni.
Ho chiesto informalmente ai colleghi di GQ come si riferissero alle loro fidanzate o mogli, e ho capito che la neutralità di genere della parola "partner" può talvolta essere utilizzata come un modo per suscitare curiosità. Può alludere alla presunta eterosessualità di una relazione di cui non si sa molto altro, rendendola forse più interessante di una semplice relazione tra un ragazzo e una ragazza. (Per la cronaca, le persone gay possono essere noiose quanto quelle eterosessuali). Alcuni hanno suggerito che l'uso del termine, da parte degli eterosessuali, si potrebbe considerare come una leggera forma di appropriazione. "Partner" è stato a lungo un termine generico usato dalle coppie queer per caratterizzare le relazioni a lungo termine al posto di "marito" o "moglie", molto prima della più ampia legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso nel XXI secolo. Nel 2026, in tutta sincerità non posso dire che la parola mi sembri prerogativa esclusiva dei gay, mi colpisce però come termine progressista datato. "Partner" rientra nella categoria, a volte complicata, del politically correct che ha dato origine alla cancel culture e al neologismo "mansplaining", e ha condannato, senza troppa convinzione, le forme tradizionali di cavalleria, come gli uomini attenti ad aprire la portiera dell'auto e a pagare la cena.
Alcune persone, me compreso, alzano gli occhi al cielo quando sentono la parola "partner", perché sembra una sottolineatura eccessiva, o un modo artificioso per dimostrare la propria virtù. Una sorta di alleanza melensa. A seconda di chi lo pronuncia, il termine può sembrare estremamente millennial o "tipico della Generazione Z". Soprattutto, dopo che Vogue a ottobre ha proclamato che avere un fidanzato è imbarazzante, è comprensibile peccare di un eccesso di cautela.
Da un punto di vista puramente superficiale, "partner" sembra totalmente privo di erotismo rispetto a “ragazzo, ragazza, amante”. Queste parole hanno un fascino giovane e leggero. Evocano un amore dolce, melenso. Fantasie senza responsabilità. (Basta pensare, per esempio, a Gwyneth Paltrow, co-protagonista con Chalamet di Marty Supreme, che a volte su Instagram si riferisce al marito, il produttore Brad Falchuk, come al suo “boyfriend”: è sexy!) Non si fa sesso da ubriachi di champagne con il proprio partner dopo una festa. Lo si fa con una ragazza, un ragazzo o un amante segreto. E poi si ordina cibo thailandese da asporto, si guarda Mad Men e si finge che nessuno dei due abbia il mal di testa da postumi della sbronza.
Il concetto di "partner" è un po' più serioso e, per definizione, molto più responsabilizzante. Un partner si assicura di trovare una ricetta per la torta di carote che rispetti l'allergia alle noci di tua madre. Fa le chiamate insieme a te in vivavoce per contestare il costo elevato della bolletta della luce. Con un/a partner condividi gioie, difficoltà e monotonie della vita e, per questo motivo, ringrazi lui o lei, e non il tuo ragazzo o la tua ragazza, nel discorso di accettazione di un premio.
Questo è anche il motivo per cui, solo due settimane fa, Chalamet ha definito Jenner la sua "ragazza" nella strofa da ospite presente nel remix della canzone di EsDeeKid, 4 Raws, in cui l'attore ha rappato sulla sua ragazza: "girl got a billion / What the fuck? What a wonderful feelin" . Contesti diversi, terminologie diverse.
Ho sempre adorato la sensazione sciocca e romantica di avere una "ragazza" o un "ragazzo", e non credo ci sia nulla di male nel riferirsi al proprio amante in questo modo, ovviamente se lui/lei è d'accordo. (Per quel che vale, io chiamo spesso la mia ragazza "il mio uomo"). Apprezzo però la maturità con cui Chalamet usa il termine "partner". Questa parola ha una lunga vita culturale alle spalle, e il fatto che sia utilizzata da un uomo per cui la “partnership” a volte implica indossare abiti Chrome Hearts color carota dalla testa ai piedi è sicuramente un'evoluzione entusiasmante.
Articolo originariamente pubblicato su GQ US