Nella moda, la morte ha un significato tutto suo. Siamo ormai abituati a parlare di grandi stilisti scomparsi da decenni commentando abiti di marchi che portano il loro nome ma che sono disegnati da altri. Un’industria che vive di passato nella speranza di trovare una strada per il futuro. Con Armani, però, la storia è ben diversa.
Non solo il signor Armani ha portato avanti fino alla fine progetti e idee per la sua azienda – tanto che ancora oggi alcune di queste continuano a vedere la luce – ma, nel pieno rispetto della sua celebre attenzione ai dettagli, aveva già immaginato Giorgio Armani senza Giorgio Armani. «Ogni tanto mi sento più responsabile. Ma faccio quello che voglio fare, quello che mi sento di fare», mi rivela Leo Dell’Orco quando iniziamo la nostra chiacchierata nell’assolatissima stanza utilizzata per i fitting delle collezioni di Giorgio Armani. La storia tra Leo e Giorgio inizia parecchi anni fa, negli anni ’70 per la precisione, quando i due si incontrano ai giardini di piazzale Libia, a Milano. Durante una passeggiata, Dell’Orco nota un cane senza padrone, lo cerca in giro e finisce per trovarlo: è Giorgio Armani. Da lì, come si dice in questi casi, il resto è storia. Leo inizia prima a lavorare come modello, per poi arrivare a ruoli manageriali e creativi nelle linee maschili dell’azienda. Un rapporto talmente stretto che, quando Armani ha pensato a un futuro senza di lui, ha messo al centro di tutto proprio Leo.
