Roberto Corbelli: «Il ruolo dei consumatori è cruciale perché guidano il cambiamento green»

di Elisa Marasca
0 commento
cover-corbelli-ok
Per l’esperto solo un serio percorso di informazione che chiarisca come la sostenibilità non sia unicamente il riciclo del poliestere o dei materiali, ma un concetto molto più profondo di economia, si potrà avere una reale trasformazione del mercato fashion.

 

La passione per i tessuti è nata nella sartoria della nonna, ma è stata la conferenza delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro del 1992 a guidare Roberto Corbelli verso la strada della sostenibilità. Ad oggi, la sua carriera comprende la fondazione di Ricerca Moda Innovazione (RMI) – evento annuale organizzato dal CNA Federmoda dal 1991, che negli anni ha visto la partecipazione di importanti designer internazionali come Alberta Ferretti, Jean Paul Gaultier, Vivienne Westwood e molti altri e la cura di numerosi progetti di internazionalizzazione, tra cui il progetto “Breakfast Made in Italy” dal 2016. Ha anche guidato la realizzazione di eventi come MIFUR & REMIX a Milano e presentato alcune collezioni di moda per il Gruppo Rinascente Upim. Attualmente, Corbelli è presidente del consorzio Moda Italy e di CNA Federmoda di Rimini. In questa intervista, esplora le sfide dell’industria della moda e le strategie per un futuro più green.

 

Da dove nasce la sua passione per la moda e cosa l’ha spinta a diventare un esperto di sostenibilità?

Nasco nella sartoria di mia nonna Ada, possiamo dire che ho passato i primi anni di vita a giocare con i tessuti che mia nonna teneva nella piccola sartoria con negozio di vendita annesso. Credo di aver avuto sempre una particolare sensibilità per le condizioni di vita delle persone, e come ormai sappiamo dai famosi criteri ESG, la sostenibilità deve essere in primis sociale ed economica per poter giungere alla comprensione che abbiamo l’obbligo di proteggere l’ambiente che ci circonda.

A meta anni 70 lessi il libro “Piccolo è bello” di Ernst Schumacher, che parlava di sostenibilità produttiva, sociale, economica e ambientale. Il suo concetto che gli idrocarburi non erano un prodotto ma un capitale mi ha colpito, perché stavamo consumando un capitale reputandolo un prodotto: non si era compreso che, prima o poi, sarebbe finito perché non rinnovabile.

Così, quando nel 1992 si tenne la conferenza delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro, in cui si è giunti ai 17 goal della sostenibilità del 2015, iniziai un percorso di approfondimento dei temi trattati.

Quali sfide ritiene siano le più significative per l’industria della moda oggi in termini di sostenibilità, e come pensa possano essere affrontate?

Prima di tutto va compreso come funziona il sistema moda in termini di modelli di business, e non solo di prodotto. Purtroppo ancora si ragiona in funzione di mercato di massa, e anche marchi famosi utilizzano il modello produttivo e di business del fast fashion, non sostenibile sotto nessun aspetto, realizzando strategie di fake marketing per creare una sensazione di lusso del prodotto quando in realtà è solo la massificazione di uno stile. Attualmente, grazie anche ai nuovi modelli di approccio al consumo, si è passati a massa di mercati, una specie di “ritorno al futuro”. Infatti sempre più si sta recuperando il modello di business tipico delle micro e piccole imprese italiane del pronto moda da non confondere con il fast fashion, modello completamente diverso.

Il pronto moda non ha negozi monomarca, come tutti i brand del fast fashion, ma lavora esclusivamente con negozi multibrand. A questo proposito suggerisco di guardare come si sta muovendo il Centergross di Bologna, oggi il più grande distretto produttivo e commerciale del pronto moda d’Europa, che è sostenibile avendo produzioni limitate fatte prevalentemente sul territorio.